Brevi storie di vittime innocenti della criminalità: Vito Ievolella

Data pubblicazione: 11-10-2021
 
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Data dell'accaduto: 10. 09. 1981 
Luogo dell‘evento: Palermo 
Anni: 52
 
Vittima della criminalità organizzata
 
Breve storia dell'accaduto:
 
Vito Ievolella, sottufficiale dei carabinieri, di origine campana, nato a Benevento il 4 dicembre 1929, viene ucciso a Palermo in Piazza Principe di Camporeale da sicari mafiosi. 
Vito si trova nella sua auto, una Fiat 128, con la moglie aspettando la figlia quando viene affiancato da un'altra auto con a bordo i suoi assassini. Attinto da numerosi colpi di pistola e di fucile, muore sul colpo. La moglie riporta una ferita nella parte sopraccigliare destra.
 
Vito Iavolella porta avanti nel 1980 un'indagine che si conclude con un rapporto denominato "Savoca Giuseppe + 44", che denuncia i componenti della famiglia mafiosa Spadaro della Kalsa, un rione di Palermo, per associazione a delinquere, contrabbando di sigarette, omicidio e traffico di stupefacenti. Il suo omicidio è da collegarsi a tale indagine.
 
Quasi subito vengono arrestati e processati due pregiudicati della Kalsa, Santo Barranca e Giuseppe Di Girolamo, come esecutori materiali del delitto grazie ad un testimone, ma nel 1988 la Prima sezione della Cassazione presieduta da Corrado Carnevale annulla per tre volte la condanna all'ergastolo nei confronti di Barranca, che viene definitivamente assolto da ogni accusa.
 
Nel 2001 l'indagine viene riaperta a seguito delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Salvatore Cucuzza, Giuseppe Marchese e Salvatore Cancemi, i quali si autoaccusano di aver partecipato al delitto insieme a Pino Greco, detto "Scarpuzzedda", Filippo Marchese, Giovanni Fici e Mario Prestifilippo, tutti uccisi nel corso della guerra di mafia degli anni 80.
 
Nel 2003 la Corte d'assise di Palermo condanna all'ergastolo come mandante il capomafia della Kalsa, Tommaso Spadaro, e, tra gli esecutori materiali, Giuseppe Lucchese, mentre Pietro La Piana viene condannato a sei anni e mezzo di carcere per calunnia. I collaboratori Cancemi e Cucuzza vengono condannati a dieci anni con lo sconto di pena previsto per i collaboratori di giustizia.
 
A Vito Ievolella il capo dello Stato riconosce la medaglia d'oro al valore civile con la seguente motivazione:
"Addetto a Nucleo Operativo di Gruppo, pur consapevole dei rischi a cui si esponeva, si impegnava con infaticabile slancio ed assoluta dedizione al dovere in prolungate e difficili indagini – rese ancora più ardue dall'ambiente caratterizzato da tradizionale omertà - che portavano all'arresto di numerosi e pericolosi aderenti ad organizzazioni mafiose. Proditoriamente fatto segno a colpi d'arma da fuoco in un vile agguato tesogli da quattro malfattori, immolava la vita ai più nobili ideali di giustizia e di grande eroismo".
 
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