Brevi storie di vittime innocenti della criminalità: Andrea Gangemi

Data pubblicazione: 19-07-2018
 

età: 40 anni
luogo dell'accaduto: Gioia Tauro
data dell'accaduto: 22 luglio 1970
vittima terrorismo 
 
Breve storia dell'accaduto:
 
Andrea Gangemi, 40 anni, di Napoli, funzionario di Banca, è in viaggio, il 22 luglio del 1970, sulla linea ferroviaria Palermo-Torino. Sulla freccia del Sud viaggiano circa 200 persone, tra le quali anche un gruppo di pellegrini diretti a Lourdes.
Il lungo convoglio ferroviario termina però la sua corsa a pochi metri dalla stazione di Gioia Tauro: il macchinista, infatti, avverte un forte colpo sotto i carrelli e così decide di azionare la leva della frenata rapida. Il meccanismo si avvia per le prime cinque carrozze, che iniziano a rallentare normalmente, mentre la sesta carrozza deraglia: il carrello anteriore esce dai binari e così, una dopo l'altra, si trascina dietro otto di diciassette vagoni che la seguono. Infine, il convoglio si spezza e le carrozze sganciate si schiantano sul lato.
Andrea Gangemi muore e, insieme a lui, perdono la vita altre cinque persone. Settantasette i feriti dell'incidente ferroviario.
In una fase preliminare, si pensa che a causare la tragedia sia stato un cedimento della struttura di un carrello del convoglio ferroviario: il questore di Reggio Calabria, infatti, individua l'origine del deragliamento nello sbullonamento del carrello n.2 della nona carrozza; a rafforzare questa ipotesi ci sono i marescialli del commissariato di polizia del reparto FS.
In una seconda fase delle indagini, viene avanzata l'ipotesi di una possibile negligenza del personale ferroviario a bordo e alla guida del convoglio, ma poi una nuova relazione stabilisce che la strage di Gioia Tauro non può essere associata ad alcun errore umano del personale ferroviario, né tanto meno ad alcun mal funzionamento dei binari; si fa strada così l'ipotesi di una causa dolosa dell'evento. Ciononostante,  il capostazione e i tre ferrovieri coinvolti nell'evento vengono chiamati a rispondere di disastro colposo e omicidio colposo plurimo. Alla fine, il 30 maggio del 1974, le accuse vengono considerate nulle e le indagini vengono archiviate.
Dopo un lungo silenzio sulla strage di Gioia Tauro, nel 1993, durante una maxi - inchiesta sulla criminalità organizzata calabrese – Olimpia 1°-, si giunge, finalmente, a considerare l'evento per quello che realmente è stato, ovvero una strage,  progettata e organizzata da esponenti della destra estremista con la collaborazione della criminalità organizzata locale.
La Calabria in questi anni è colpita da alcuni attentati per influenzare in maniera violenta e sovversiva la scelta politica di promuovere Catanzaro come capoluogo di regione al posto della città di Reggio Calabria. Si scopre successivamente che Avanguardia nazionale e Fronte nazionale organizzano una serie di blocchi, compreso quello che colpisce la freccia del Sud, il 22 luglio 1970.
Determinante in tal senso è la collaborazione di Giacomo Lauro.
Lauro inizialmente fa il nome di Vito Silverini, neofascista conosciuto in carcere, come esecutore della strage. Secondo le dichiarazioni, infatti, a confidare i retroscena del disastro ferroviario a Lauro è lo stesso Silverini. Si scopre che dietro il deragliamento della freccia del Sud c'è il Comitato d'azione per Reggio capoluogo e che a sistemare il materiale esplosivo sulle rotaie è lo stesso Silverini con l'aiuto di Vincenzo Caracciolo, che mette a disposizione il mezzo per trasportare l'esplosivo.
Nel 1994 Lauro confessa di avere preso parte alla strage, procurando l'esplosivo a Vincenzo Caracciolo, Giovanni Moro e Vito Silverini, dietro pagamento in denaro per conto del Comitato d'azione per Reggio capoluogo. A convalidare le dichiarazioni di Lauro è la testimonianza fatta da un altro pentito, Carmine Dominici, nel novembre del 1993. A seguito delle nuove testimonianze e delle informazioni raccolte vengono considerati mandanti della strage di Gioia Tauro: Caracciolo Vincenzo, Moro Giovanni, Silverini Vito. Sono considerati finanziatori della strage gli imprenditori locali Mauro Demetrio e Amedeo Matacena.
Nel febbraio del 2001 la sentenza di 1° grado della Corte d'Assise di Palmi riconosce: Lauro Giacomo come fornitore dell'esplosivo servito per preparare la bomba; Silverini Vito e Caracciolo Vincenzo come esecutori della strage. Non vengono riconosciute invece le responsabilità dei mandanti e dei finanziatori della strage di Gioia Tauro.
Nel gennaio del 2006, il processo si conclude con una sola condanna certa, quella stabilita nei confronti del collaboratore di giustizia Lauro, che viene accusato di "concorso anomalo in omicidio plurimo", anche se alla fine il reato viene estinto per prescrizione.
Legato alla strage di Gioia Tauro è l'incidente stradale del 27 settembre del 1970, in cui perdono la vita cinque ragazzi conosciuti come i ragazzi della "Baracca".
Gianni Arciò (22 anni), Angelo Casile (20 anni), Franco Scordo (18 anni) di Reggio Calabria insieme a Luigi Lo Celso (26 anni) di Cosenza e Annelise Borth (18 anni), tedesca e fidanzata di Scordo.
I cinque ragazzi si fanno largo tra le fila dei movimenti anarchici degli anni '70 e, subito dopo la strage di Gioia Tauro, sono tra quei pochi a  non credere all'incidente casuale della strage. Decidono  di raccogliere maggiori informazioni sul caso e portare avanti una sorta di controinformazione sulla tragedia ferroviaria, incontrandosi abitualmente presso "la Baracca", una vecchia casa.
Le indagini sul caso terminano molto velocemente; alla morte dei cinque ragazzi della "Baracca" non si darà mai una risposta. Allo stesso modo, del dossier raccolto dai ragazzi non si avrà più traccia, in quanto una copia inviata per posta alla Fai di Roma non è mai giunta a destinazione, mentre la copia originale è sparita. Questa copia era all'interno dell'auto, una Mini Morris, su cui viaggiavano i cinque ragazzi il giorno dell'incidente.
La verità sulla morte dei cinque ragazzi non verrà mai scoperta, sebbene Dominici Carmine, testimone di giustizia, nel 1993 rivela al giudice istruttore di Milano la sua personale convinzione che la morte dei giovani può considerarsi un vero e proprio omicidio e non un banale incidente automobilistico.
La mancanza di nomi certi e di prove sufficienti determina l'archiviazione del caso.
Le vittime della strage di Gioia Tauro sono sei:
1. Cacicia Rita, 35 anni, di Bagheria (PA), insegnante presso una struttura per sordomuti;
2. Fassari Rosa, 68 anni, di Catania, casalinga;
3. Gangemi Andrea, 40 anni, di Napoli, funzionario di banca;
4. Mazzocchio Nicoletta, 70 anni, di Casteltermini (AG), casalinga;
5. Palumbo Letizia Concetta, 48 anni, di Casteltermini (AG), sarta;
6. Vassallo Adriana Maria, 49 anni, di Agrigento, insegnante.