Riina jr a "Porta a Porta", dichiarazione di Paolo Siani

Data pubblicazione: 07-04-2016
 
So bene che un giornalista intervista tutti, so bene che il lavoro del giornalista è spesso scomodo e solitario. Ma, ci sono dei ma. Dipende da come si fanno le domande.
 
Ieri sera non ho visto la puntata di "Porta a porta" perché non guardo le cose che non mi interessano, e ascoltare le parole del figlio di un boss mafioso proprio non mi interessava.
 
Sono certo che le domande di Bruno Vespa saranno state taglienti, toste, e sono certo che alla fine della trasmissione la gente avrà avuto chiaro che con la mafia non ci si deve avere niente a che fare. Sono certo che Vespa avrà condotto così la trasmissione, pensando ai giornalisti che la mafia ha deciso di far tacere per sempre o ai tanti giovani che nei terreni confiscati alle mafie lavorano per produrre beni per tutti, e avrà fatto in modo che il giovane intervistato stesse davvero scomodo su quella poltrona  e sentisse attraverso lo sguardo e le parole del giornalista lo sdegno, il profondo sdegno che sentivano gli italiani solo a pronunciare quel nome.
 
Avrei preferito ascoltare di nuovo le parole del figlio di Paolo Borsellino o della sorella di Giovanni Falcone o dei figli, dei fratelli, delle sorelle delle tante vittime innocenti della mafia, della camorra o della 'ndrangheta. Ma loro non sempre hanno libri da promuovere e il loro tempo lo spendono per lo più lontano dalle telecamere, andando nelle scuole a parlare con i ragazzi per raccontare le storie dei loro familiari barbaramente uccisi  dalle mafie. Ma questa è un'altra storia.
 
Paolo Siani
Presidente Fondazione Polis

Allegati: