La memoria delle vittime e l’educazione alla lettura, i semi per rigenerare il mondo

"Un ponte di libri"

Pubblicato sul blog della Fondazione Pol.i.s. ospitato sul sito de "Il Mattino

di Germana Carillo*

Vittime e nuove generazioni, un passato da non dimenticare e un futuro da coltivare. Ma cosa hanno in comune questi due concetti? Quanti significati ha la parola “vittima”? E quanti futuri possibili si possono immaginare per le nuove generazioni?

Oggi siamo abituati a parlare di “vittime” nel momento in cui, generalmente, accade qualcosa che tocca profondamente il nostro quotidiano – un evento luttuoso o un disastro lontano da noi (anche se solo geograficamente) – e tentiamo di trovarne un motivo ragionando su quello che si può fare dopo, perché non accada più: puntando alle generazioni nuove e alla loro educazione, per esempio, pensando a cosa si possa fare nel concreto per loro, affinché non si debba pronunciare costantemente la parola “vittima”.

Sembra un ragionamento contorto, ma non lo è e lo si può spiegare passo dopo passo solo partendo dalla cosa più semplice, ovvero dal significato stesso della parola “vittima”. Vittima non è solo chi subisce un danno: è anche chi viene ridotto a numero, a caso di cronaca, a immagine che scorre veloce e poi sparisce. È una parola che, se usata male, toglie identità due volte: prima con la violenza dell’evento, poi con la fretta del racconto. 

Per questo ricordare non è un esercizio nostalgico né un rito da calendario, ma diviene un atto necessario di responsabilità. Ricordare serve a restituire nome, storia, dignità. E serve a riconoscere i meccanismi che generano vittime: indifferenza, disuguaglianza, odio, mancanza di cura e di cultura. Da qui all’attenzione verso le nuove generazioni il passo è assai breve.

La vittimologia

La parola “vittima” ha fondamenti storici antichissimi, che affondano le radici nei sacrifici religiosi da un lato e le vendette mitologiche raffigurate dalle Erinni dall’altro (le Erinni rappresentano l’incarnazione della vendetta, della giustizia e della punizione per i crimini, in particolare per quelli commessi in famiglia). Attraverso il diritto romano e il passaggio dalla giustizia privata a quella pubblica, la “vittima” passa poi da figura passiva a soggetto attivo di diritti. 

Il punto di svolta cruciale si compie nel secondo dopoguerra, quando si è inteso ridefinire la tutela dei civili e dei sopravvissuti alla Shoah, incentrandosi sulla riparazione e sul riconoscimento sociale del trauma. La vittimologia nasce nell’esatto momento in cui il mondo comprende che non basta più condannare i colpevoli: bisogna riconoscere e proteggere chi è sopravvissuto. E questa presa di coscienza avviene in un’aula di tribunale, durante il Processo di Norimberga. Lì, tra il 1945 e il 1946, mentre si giudicano i responsabili dei crimini nazisti, prende finalmente forma l’idea secondo cui esistono crimini che superano ogni confine giuridico tradizionale, perché colpiscono l’essenza stessa dell’essere umano: è il “crimine contro l’umanità”. 

Su questo sfondo nasceva la vittimologia come disciplina scientifica. Nel 1948 Hans von Hentig, con The criminal and his victim, sposta l’attenzione dal solo colpevole alla relazione tra reo e vittima; mentre nel ’56 l’avvocato penalista rumeno Bernard Mendelsohn conia definitivamente il termine “vittimologia”, dando nome a una scienza che mette al centro i diritti e i bisogni di chi subisce un reato. È questa una risposta diretta alle macerie lasciate dalla Shoah e dalle guerre.

Il passaggio decisivo arriva con il Processo Eichmann, nel 1961, e con l’“era del testimone”. I sopravvissuti alla Shoah parlano in prima persona davanti al mondo: il tribunale diventa uno spazio di memoria pubblica e la testimonianza assume un valore sociale e pedagogico. 

Negli anni Settanta, infine, i processi per violenza di genere segnano un’ulteriore svolta e in Italia, a partire dal massacro del Circeo, emerge il concetto di vittimizzazione secondaria: la giustizia può ferire di nuovo attraverso stereotipi, sospetti e umiliazioni. E lo vediamo, ahinoi, ancora oggi.

La vittimologia, insomma, nasce da un’unica verità: una società diventa davvero una società civile quando comincia a prendersi cura delle ferite che la violenza lascia dentro e dietro di sé. Ed è da qui, e da questo concetto – che passa inevitabilmente anche per gli orrori della Shoah – che bisogna ripartire per arrivare alle nuove generazioni, in un delicato processo di impegno e dedizione. 

Ma in che modo?

Il legame con le nuove generazioni

Una delle possibili risposte arriva da Jella Lepman,giornalista ebrea tedesca, che, rimasta vedova, fu costretta a lasciare la Germania con i figli nel 1936 per sfuggire alle persecuzioni naziste. Dopo aver passato gli anni di guerra a Londra, decise di tornare in Germania nell’autunno del 1945, come “Special Adviser for Women’s and Youth Affairs” su incarico della Forza d’occupazione americana. 

Fu in quel momento che prese forma la visione secondo cui il compito più urgente era di dare a donne e bambini non solo pane e vestiti, ma anche “cibo per la mente”. Gli strumenti più potenti sarebbero stati i libri per bambini, i soli in grado di trasmettere i valori della tolleranza, il rispetto verso chi è straniero e la curiosità per ciò che è diverso.

Iniziai a immaginare che se non fosse arrivato un aiuto esterno, i bambini sarebbero potuti finire facilmente nelle mani sbagliate. I bambini della Germania non erano forse altrettanto innocenti dei bambini di qualsiasi altra parte del mondo, vittime indifese di eventi tremendi?” (Un ponte di libri, J. Lepman - Sinnos edizioni).

Perché nominiamo la Lepman? Perché è nel solco suo e di molte altre donne e molti altri uomini che hanno avuto la stessa idea visionaria, che si colloca il lavoro dei Punti Lettura Semi di Storie della Regione Campania, un lavoro certosino e quotidiano, fatto di letture, silenziose e collettive, con le bambine e i bambini.

I libri per bambini diventano qui un gesto politico potentissimo, perché insegnano a guardare il mondo: a rispettare ciò che è diverso, a non temere lo straniero, a non accettare l’odio come normalità. Ed è questa la stessa logica profonda della vittimologia: intervenire prima che “nascano” nuove vittime, lavorando sulla coscienza, non solo sulle leggi.

Ed è qui che il lavoro dei Punti Lettura della Regione Campania trova una continuità quasi naturale con l’intuizione di Jella Lepman. Anche oggi, in territori spesso segnati da fragilità sociali, culturali ed economiche, quei presìdi distribuiscono possibilità e offrono alle bambine e ai bambini uno spazio dove immaginare un futuro diverso da quello che li circonda, dove sentirsi riconosciuti, accolti, legittimati a pensare. Per far comprendere maggiormente questa stretta relazione quest’anno, in vista del Giorno della Memoria, abbiamo proposto alle famiglie che frequentano i nostri Punti Lettura un gesto semplice: sedersi insieme con la propria bambina o il proprio bambino e leggere una storia. Una storia che parli di diversità, di amicizia, di una solitudine cessata grazie a qualcuno che decide di farsene carico. E nel corso della lettura dialogica abbiamo proposto storie dedicate a queste tematiche, secondo il principio che la narrazione aiuta a comprendere l’alterità.

E allora i Semi di Storie sono vittimologia in forma preventiva? Forse sì, è proprio così. Sono la traduzione contemporanea di quella stessa urgenza che muoveva donne e uomini nel dopoguerra: ricostruire l’umano prima ancora delle città. Perché ogni bambina e ogni bambino che scopre la forza delle parole, dell’ascolto, della curiosità verso l’altro, è una possibilità in meno che la parola “vittima” torni a imporsi come destino.

* giornalista e operatrice della Rete dei Punti Lettura “Semi di Storie” della Regione Campania

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