Emergenza minorile, attività da intraprendere per contrastarla

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di Enrica Amaturo, presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Pol.i.s. della Regione Campania e Michelangelo Pascali, professore di Sociologia del diritto e della devianza, Dipartimento di Scienze Sociali, Università degli Studi di Napoli Federico II  pubblicato sulle pagine online de "Il Mattino"

Nell’ormai costante dibattito pubblico in tema di sicurezza, pur senza cedere a un assorbente allarmismo, non può essere taciuta la gravità che riguarda aspetti della condizione giovanile odierna sul territorio napoletano, soprattutto in considerazione di alcuni atti che ormai sembrano quasi più tipici che eccezionali. In particolare, appare indubbio che i numeri offerti da fonti diverse sui provvedimenti di tipo penale che riguardano persone minorenni costringono a riflessioni non più eludibili; non va però dimenticato che la complessità della realtà suggerisce sempre cautela nel trarre conclusioni nette dalla lettura dei dati proposti, anche per i profili critici legati alla loro stessa interpretazione. 

E’ sulla base di queste considerazioni che la Fondazione Polis con il supporto del suo Comitato scientifico ha in animo di promuovere al proprio interno una linea di indagine e di ricerca empirica sul comportamento deviante tra i minori, con lo scopo non solo di fornire una sintesi ragionata di quanto proveniente da fonti diverse, ma soprattutto di proporre chiavi interpretative dei dati che possano costituire un utile supporto nella messa a punto di politiche pubbliche e azioni di contrasto. Questo articolo vuole quindi costituire un primo passo in questa direzione, che prevederà anche la creazione di un sito dedicato ai dati relativi alla cosiddetta emergenza minorile disponibile al pubblico.

Innanzitutto, va notato che nei generali rilievi statistici sui reati commessi da minorenni sul territorio nazionale (che includono autoctoni, prime e successive generazioni di popolazione immigrata, minori stranieri non accompagnati, ecc.), il dato napoletano (e, in una certa misura, campano) presenta delle particolarità, in termini non solo numerici, risultando tali reati prevalentemente compiuti da minorenni autoctoni, cosa che si riflette anche nella composizione della popolazione minorile soggetta a provvedimenti di restrizione di libertà per effetti penali.

Ancor più, nel dettaglio, può ricordarsi come alla cerimonia di apertura dell’attuale anno giudiziario a Castel Capuano sia stato segnalato dalla presidente della Corte di Appello di Napoli un sostanziale raddoppio delle sopravvenienze nel settore dibattimentale di competenza del Tribunale per i minorenni di Napoli, passate da 226 a 448 procedimenti, mentre nella stessa sede il procuratore generale della Repubblica ha precisato che nel 2025 la Procura per i minorenni di Napoli ha iscritto a ruolo ben 8 procedimenti per omicidio, 40 procedimenti per associazione camorristica, 468 per illeciti connessi ad armi e, perfino, 4 per terrorismo.

Egualmente, va detto che già in occasione dell’analoga inaugurazione dell’anno giudiziario dello scorso anno, relativamente alla commissione di reati di particolare serietà commessi da soggetti di età minore sul nostro territorio, si era registrato quasi il raddoppiamento dei dati rispetto all’anno precedente, oltre che una rilevante intensificazione di misure cautelari.

Va indubbiamente sottolineato che alcuni di questi incrementi sono effetto di un parallelo e incidente aumento delle denunce (dato in sé degno di interesse) e sono indubbiamente dovuti anche a talune riforme introdotte in materia, in primis dal cosiddetto “decreto Caivano”, e a un’accresciuta attenzione per determinati tipi di comportamenti illeciti, ma essi appaiono comunque significativi. 

Nel citato intervento del procuratore generale della Repubblica si fa riferimento a un uso crescente e “disinvolto” delle armi tra i più giovani (si pensi che, solo nel corso del 2025, i carabinieri hanno sequestrato 189 armi da fuoco, 141 da taglio e 374 armi improprie in possesso di minorenni), indice di un abbassamento della soglia di contenimento della violenza tra i minorenni (secondo la presidente della Corte di Appello di Napoli), oltre che di un’inadeguata gestione delle loro fisiologiche frustrazioni. Il dato va però collegato ai motivi e soprattutto alle funzioni sociali dei delitti commessi dai minori con armi bianche, rispetto a cui sembra assolutamente necessario agire con interventi integrati, coordinati e differenziati. In quest’ottica sembrano porsi i protocolli stesi dalle istituzioni giudiziarie con i servizi sociali locali, per garantire, nell’immediatezza della risposta penale, uno sguardo operativo a fini rieducativi, per evitare la persistente cronicizzazione di atteggiamenti e comportamenti antisociali.

In ogni modo, una porzione di quella giovanile sembra ora essere, spesso contemporaneamente, violenza promozionale e violenza espressiva, violenza come strumento di riconoscimento e di affermazione di sé e dei propri ruoli. In una siffatta direzione può muoversi sia una diffusione della violenza in cerchie non classicamente “problematiche” (con potenziale altissima nocività, tenuto anche conto che manifestazioni antisociali violente, nei nostri luoghi, rischiano di intersecarsi – “armonicamente” e “disarmonicamente” – con circuiti criminali strutturati), sia un utilizzo “diverso” della violenza da parte di minori contigui ad ambienti culturalmente devianti, dove già le derivazioni familiari tendono a essere incidenti in termini di recidiva.

Correlativamente, le recenti osservazioni del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli sullo sfruttamento dei minori da parte dei gruppi di criminalità organizzata, specialmente di stampo mafioso, ci permettono di affrontare un aspetto particolare del complesso problema relativo ai rapporti tra giovani e carriera delinquenziale.

Problema rappresentato dalla presenza di iniziative criminali, mafiose o paramafiose, poste in essere dai minori stessi (o da “quasi-minori”), spesso dinanzi a una certa rilevata latitanza di poteri locali, non solo di natura lecita. Rispetto a questo, tali soggetti, più che mera manodopera delinquenziale e parte di quell’esercito sottoproletario di riserva malavitosa, come tradizionalmente osservabile, tendono a perseguire, in qualche modo in linea con i tempi, la strada di un successo criminale di tipo individualistico e con effetti immediati, in parte slegandosi da catene generazionali di comando.

Dette dinamiche, evidenti per alcuni versanti più in termini qualitativi che quantitativi, sembrano avere comunque radici risalenti: fin dalla Relazione annuale sulle attività svolte dal Procuratore nazionale antimafia e dalla Direzione nazionale antimafia nonché sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso nel periodo 1° luglio 2013 – 30 giugno 2014 si faceva menzione a «killer giovanissimi che si caratterizzano per la particolare ferocia che esprimono ed agiscono al di fuori di ogni regola», nonché a «quadri dirigenti che fino a pochi anni fa non erano in prima linea», attestando un progressivo “protagonismo” criminale, con caratteri di relativa autonomia, assunto quasi “spontaneamente” da soggetti molto giovani, non raramente minori.

Per il consolidamento di questi corsi basti pensare che, riguardo ai dati del gennaio 2025, era stato rimarcato dalla presidente della Corte d’Appello di Napoli come la presenza di bande delinquenziali di individui assai giovani andasse a costituire un effetto dell’assenza, per vari motivi, di figure apicali dei sodalizi criminali e ad essere una manifestazione concreta della crisi di un sistema di regole; cosa che, di fatto, consente l’apparizione di soggetti vogliosi di emergere (criminalmente), obiettivo per il quale necessitano di competere tra pari con assoluta ferocia.

Chiaramente, le innovazioni esistenti nelle conformazioni delinquenziali che vedono l’ampliarsi di questa serie di attività da parte di minori devono essere altresì intelaiate nelle cornici delle dinamiche giovanili contemporanee, rapportate agli inerenti fattori culturali, alle carenze educative e di formazione a più livelli evidenziate. Vanno cioè inserite in un esteso (benché, fortunatamente, non totale) quadro di “abbandono sociale”, non ultimo agente in chiave di radicamento di immaginari e comportamenti devianti.

L’espansione di pratiche giovanili prevaricatrici e violente, di sapore sia camorristico che comune, all’interno di una cultura dell’iper-individualismo, sembra purtroppo coerente con l’arretrare della credibilità sociale di tipiche istituzioni, anche dinanzi alla scarsa attrattività e/o praticabilità delle vie legittime di promozione sociale. Significativamente, quasi in tutti i casi può infatti scorgersi, a più livelli, tutta la penuria di un acquisito senso dell’istruzione come fattore di crescita, di successo e di avanzamento sociale.

Parimenti, un rischio effettivo è non tenere debitamente in considerazione il fatto che dinamiche di socializzazione e bisogni di integrazione talora sembrino già “adeguatamente” assorbiti in ambiti devianti. Anche rispetto a ciò, andrebbe costantemente problematizzato il carattere di “contiguità”, con esiti di sovrapposizione e pure di fusione, fra realtà solo apparentemente ben distinguibili: tra devianza e delinquenza, tra criminalità comune e criminalità organizzata, tra mondo digitale e mondo materiale. 

Si ripresenta, in sintesi, un intreccio critico – antico ma con aspetti di originalità – tra questione minorile, questione familiare, questione culturale, questione urbana e questione criminale (e fra tutte le singole componenti che in ciascuna di queste macro-definizioni sono incluse. Quello minorile, non soltanto rispetto alle dimensioni della criminalità e della devianza, va così a costituire – nuovamente, e con nuovi contenuti – un tema di riflessione imprescindibile, con tutto l’insieme di elementi problematici di cui è composto.

Dinanzi a questo, appare pertanto imprescindibile e decisivo intervenire istituzionalmente con programmi che possano pienamente realizzare un effettivo stato di sicurezza in senso integrato, coniugando tutela e benessere dei minori ed esigenze ampie della società, sostenendo per questo, non secondariamente, progetti di “adozione sociale”.

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