
Mi chiamo Matteo Pinto, sono neo‑laureato magistrale in Scienze Criminologiche e Investigative presso l’Università Federico II di Napoli e attualmente sto seguendo il Master APC – Analisi, Prevenzione e Contrasto alla Criminalità Organizzata e alla Corruzione dell’Università di Pisa. All’interno del Master svolgo il tirocinio formativo presso la Fondazione Pol.i.s, ente della Regione Campania che si occupa del sostegno alle vittime innocenti di criminalità, del riutilizzo sociale dei beni confiscati e della promozione della cultura della legalità. È un contesto che non si limita a studiare la criminalità: la affronta, la racconta, la trasforma in responsabilità collettiva.
Per tre giorni sono stato a Palermo, una città che non si osserva: si attraversa. Le sue strade sono archivi viventi, i suoi luoghi sono testimonianze, le sue voci sono frammenti di verità. Abbiamo seguito lezioni con Fiammetta Borsellino, che non è solo la figlia di Paolo Borsellino: è una figura educativa che porta la memoria nelle scuole, nei gruppi di ragazzi, nei territori. Ascoltarla significa comprendere quanto la memoria non sia un fatto commemorativo, ma un processo pedagogico. Le sue parole mi hanno permesso di capire ancora meglio il ruolo che svolge: un’educazione alla responsabilità, alla verità, alla cittadinanza attiva. Non parla ai ragazzi “di mafia”, ma di scelte, di dignità, di coraggio. È un lavoro educativo che incide, che costruisce anticorpi sociali. Accanto a lei, Salvo Palazzolo, giornalista investigativo capace di trasformare atti giudiziari e documenti in mappe che orientano dentro la complessità mafiosa. Le loro lezioni non sono state semplici incontri: sono state direzioni, prospettive che obbligano a guardare la realtà senza filtri.
Tra i momenti più intensi del viaggio, la visita a Portella della Ginestra. Quel luogo non è solo un sito storico: è una ferita aperta della Repubblica. Il 1° maggio 1947, durante la Festa del Lavoro, centinaia di contadini e lavoratori si radunarono lì per celebrare la vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali siciliane. Fu allora che il gruppo di fuoco di Salvatore Giuliano aprì il fuoco sulla folla: morti, feriti, bambini colpiti mentre correvano. La Repubblica era nata da pochi mesi e già veniva ferita nel suo cuore più fragile: quello dei diritti, della terra, della dignità. Portella è un nodo irrisolto, un punto in cui mafia, politica e potere si intrecciano in modo ambiguo. Le responsabilità della strage non sono mai state chiarite del tutto, e questo rende quel luogo un monito: ricorda cosa accade quando la democrazia è fragile, quando le lotte contadine vengono represse, quando la violenza mafiosa diventa strumento politico. Camminare a Portella significa confrontarsi con la radice profonda della violenza mafiosa e con la necessità di costruire una memoria attiva, non rituale, non celebrativa, ma consapevole. È un luogo che parla ancora, che interroga, che pretende attenzione.
Un’altra tappa fondamentale è stata San Cipirello, presso la Cantina Centopassi, un'azienda vitivinicola siciliana che produce vini biologici coltivando vigneti confiscati alla criminalità organizzata. Fa parte del progetto Libera Terra e unisce la produzione di vini di qualità all'impegno per la legalità e lo sviluppo del territorio. Centopassi dimostra che il riutilizzo sociale non è un concetto astratto: è produzione, lavoro, territorio, comunità. È la prova concreta che un bene confiscato può diventare un bene comune, generare economia pulita e raccontare una storia diversa da quella del potere criminale.
Questo viaggio in Sicilia ha rafforzato il senso del mio tirocinio alla Fondazione Pol.i.s. Le storie delle vittime, la gestione dei beni confiscati, i progetti educativi con i minori: tutto ciò che vedo e analizzo a Pol.i.s trova una continuità naturale nei luoghi e nelle testimonianze incontrate in Sicilia. Palermo, Portella della Ginestra, San Cipirello: ogni tappa ha reso più chiaro il valore del riutilizzo sociale, della memoria attiva, della responsabilità collettiva. E Pol.i.s è il luogo dove questa responsabilità si traduce in azione quotidiana.
Questi tre giorni hanno consolidato una direzione chiara: un lavoro criminologico che non si limita all’analisi, ma entra nei territori, nelle scuole, nelle comunità. La formazione del Master APC, le lezioni con figure come Fiammetta Borsellino e l’esperienza alla Fondazione Pol.i.s stanno diventando un’unica traiettoria: capire per trasformare, studiare per restituire, analizzare per proteggere.
