"Lorenzo Spasiano e la Spoon River che la rete non vede", di Marcello Ravveduto

Marcello Ravveduto

L'articolo del professore Marcello Ravveduto pubblicato sul blog della Fondazione Pol.i.s. della Regione Campania ospitato sul sito de "Il Mattino". L'articolo tratta l'attuale emergenza minorile e il rapporto con i mass media, affrontando anche la tematica dell'informazione votata alla memoria e alla legalità, come testimoniato dal video, contenuto nell'articolo, che alcuni familiari delle vittime innocenti hanno voluto realizzare come testimonianza di vicinanza alla famiglia del giovane Lorenzo Spasiano:

Miano. Lorenzo Spasiano aveva ventun anni. Lavorava in un cantiere edile e si allenava a boxe nei ritagli di tempo. Nella notte tra il 22 e il 23 giugno qualcuno lo ha chiamato al telefono e lo ha attirato fuori casa. Un solo colpo, al petto, da distanza ravvicinata. Un copione già visto.

Dieci omicidi in trentanove mesi, in cui sia le vittime che i responsabili sono quasi sempre under 25, fa riflettere sulla violenza metropolitana. Un fiume di sangue che ha due affluenti: gli scontri tra paranze che si contendono il territorio e le vittime innocenti di una violenza agita per futili motivi. Nel primo caso la vita ha il prezzo di una partita di droga: Gennaro Ramondino, giustiziato e bruciato per una disputa sui soldi dello spaccio; Emanuele Tufano, ucciso dal fuoco amico in uno scontro tra gruppi rivali; Emanuele Durante e Pio Marco Salomone, entrambi caduti nella stessa logica. Nel secondo caso la morte ti coglie all’improvviso, come se fosse normale morire solo perché si desidera vivere. Francesco Pio Maimone, colpito da un proiettile vagante per una scarpa sporcata in una rissa. Santo Romano, ucciso per aver difeso un amico. Giogiò Cutolo, freddato per uno scooter parcheggiato male. Arcangelo Correra e Fabio Ascione, vittime di colpi esplosi per errore da amici che maneggiavano pistole clandestine. Spasiano appartiene a questa seconda categoria.

Tuttavia in entrambi i casi la percezione collettiva è quella di un conflitto civile all’interno della generazione Z divenuta protagonista della scena criminale. Un conflitto che sembra assumere la forma di una strategia della tensione: chiunque, in qualunque momento o luogo può essere colpito. Nell’omicidio di Spasiano c'è, però, una sfumatura che ritroviamo in molte altre storie di sangue innocente versato: la rissa giovanile incontra la logica dei clan; un torto subito, non lavato con il sangue, è fonte di umiliazione.

L’omicidio è sempre stato una forma di comunicazione sociale in una dinamica di competizione sleale dove l’affermazione individuale passa attraverso l’eliminazione di un potenziale avversario. L’omicidio è una performance, una challenge che richiama l’attenzione dei follower pronti a commentare e, a loro volta, produrre contenuti a sostegno dell’ascesa criminale. Questo è uno dei motivi che spinge gli esecutori a rivendicare l’azione violenta attraverso i social. Tutti devono intendere che la violenza è un modo per influenzare l’opinione pubblica e costringerla ad accettare la pretesa che, quando le opportunità legali si restringono, la carriera criminale diventa l'unica opzione a disposizione. Uno degli aspetti più inquietanti di questa trasformazione è il superamento dell’omicidio come risorsa strategica. Non è più un fattore di disciplinamento della violenza tra marginali devianti ma un atto pubblico declaratorio con cui si manifesta una cultura criminale nel passaggio generazionale.

Le statistiche degli omicidi sono complessivamente in calo negli ultimi anni. Ma proprio questo calo genera inquietudine: non crescono i numeri dei reati commessi dai minori ma si abbassa la soglia della violenza. Non è un'emergenza di quantità. È un'emergenza di intensità.

Dietro questo paradosso ci sono fattori di lunga durata: la povertà educativa, la condizione di working poor di troppe famiglie, la dispersione dei giovani che non studiano e non lavorano, la prossimità quotidiana ai mercati criminali. Sono processi di espulsione, più che di scelta: ragazzi che restano fuori dalla scuola, fuori dal lavoro stabile, e finiscono per trovare nei clan l'unica forma di riconoscimento sociale rimasta a disposizione. La Campania occupa da anni le prime posizioni nelle classifiche nazionali sulla povertà educativa, e Napoli mantiene tassi di dispersione scolastica tra i più alti del paese.

Dopo la morte di Lorenzo, il direttore de “Il Mattino”, Vincenzo Di Vincenzo, ha usato una parola precisa: assuefazione. Il rischio, scrive, è che una sequenza di tragedie finisca per anestetizzare la reazione collettiva. È un'osservazione giusta, che vale la pena spingere un passo più in là, verso la comunicazione digitale della violenza. Se l'omicidio è ormai una performance costruita per la rete, come mostrano le rivendicazioni social degli esecutori, il problema non è più soltanto chi produce quella violenza, ma come essa viene fatta circolare.

L'assuefazione non è solo un fatto psicologico. Non è solo la stanchezza emotiva di chi legge troppe notizie simili. È anche un effetto strutturale del modo in cui i contenuti circolano online. Gli algoritmi delle piattaforme social premiano ciò che genera reazione immediata: rabbia, paura, indignazione. I video di risse, le cosiddette "stese", i contenuti in cui giovani ostentano armi o atteggiamenti da clan, hanno tutti la stessa caratteristica. Sono brevi, diretti, capaci di generare commenti e condivisioni in poche ore. Sono prodotti pensati per l'algoritmo, prima ancora che per il pubblico. Penso alla scena immortalata dalle telecamere, e diffuse dalle piattaforme digitali, del giovane armato di kalashnikov che si aggira nella piazzetta di Montesanto. Un esempio concreto e allarmante di come nelle nuove generazioni si stia diffondendo una cultura materiale della violenza influenzata dall’immaginario globalizzato dei narcos sudamericani e delle gang metropolitane degli Stati Uniti. Una convergenza abbastanza evidente se osserviamo il suo abbigliamento in puro stile hip hop.

I contenuti di segno opposto seguono una logica diversa e più lenta. Provano a costruire memoria civile e antimafia. Il video che la Fondazione Polis ha realizzato per Lorenzo Spasiano, con la solidarietà dei familiari delle vittime innocenti di camorra, appartiene a questo secondo genere. È un contenuto istituzionale, costruito per ricordare e non per provocare reazione immediata. È pensato per restare nel tempo, più che per esplodere nelle prime ore. È un genere prezioso, ma strutturalmente svantaggiato sul piano della visibilità digitale. Non compete con la stessa grammatica visiva, perché non vuole farlo, giustamente, ma finisce nel dimenticatoio.

Il punto, allora, non riguarda solo quanto la città si commuova o si abitui. Riguarda due tipi di contenuto diversi. Il primo racconta la violenza. Il secondo prova a elaborarla. Non giocano sullo stesso campo. Il primo viaggia veloce, perché l'architettura delle piattaforme è costruita apposta per farlo viaggiare veloce. Il secondo resiste, con un ritmo più simile a quello della memoria che a quello della notizia. Ma memoria e notizie nei social si confondono.

Proviamo a fare una metafora: in un vicolo stretto l’urlo si amplifica attirando l’attenzione dei residenti. In una piazza aperta, quella stessa voce si disperde nello spazio. Arriva solo a chi è vicino.

I contenuti violenti online sono come l’urlo nel vicolo. Le piattaforme sono costruite per farli rimbalzare, ripetere, moltiplicare. I contenuti di elaborazione civile, come quello dedicato a Lorenzo, si comportano come la voce nella piazza. Arrivano a chi è già disposto ad ascoltare. Faticano a superare i confini di quello spazio. Non è un problema di buona o cattiva volontà di chi produce questi contenuti. È un problema di architettura: in alcuni luoghi, come nelle piattaforme, alcuni suoni viaggiano e altri restano sospesi.

Lorenzo Spasiano è morto per un litigio su un campo da calcetto, ma il suo omicidio, e la dinamica della vendetta, non riguarda solo lui. Riguarda una città che da tre anni conta un giovane morto ammazzato ogni pochi mesi. Riguarda una rete che continua a far girare la violenza più velocemente di quanto riesca a far girare la memoria di chi quella violenza l'ha subita. Lorenzo è solo l’ennesimo anello di una catena che si allunga oppure l'occasione per chiedersi perché le voci delle vittime sono sempre coperte dalle urla della rissa nel vico accanto?

È necessario, perciò, adottare una strategia di media warfare coinvolgendo la generazione Z nella produzione di contenuti civili antimafia per contrastare la diffusione dell’immaginario camorristico. Veri e propri “virus culturali” capaci di competere e poi corrompere gradualmente i contenuti violenti. Un “sabotaggio estetico” che renda progressivamente meno attraente e coinvolgente lo storytelling mafiofilo. Ma soprattutto è doveroso praticare una media literacy dell’antimafia, consentendo ai cittadini di riconoscere e resistere alla seduzione di narrazioni ambigue veicolate dagli algoritmi. Insomma, bisogna sviluppare un’immunità cognitiva ed emotiva rispetto alle strategie di coinvolgimento della cultura mafiosa.

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